Quanto valgono le nostre case? I dati provvisori sui prezzi delle abitazioni

Secondo le stime preliminari dell’Istat nel quarto trimestre 2020 l’indice dei prezzi delle abitazioni acquistate dagli italiani, il cosiddetto IPAB, aumenta dello 0,3% rispetto al trimestre precedente, e dell’1,6% rispetto allo stesso periodo del 2019. L’aumento tendenziale dell’IPAB è dovuto sia ai prezzi delle abitazioni nuove, che crescono dell’1,7%, in rallentamento rispetto al trimestre precedente (+3,0%), sia a quelli delle abitazioni esistenti, che aumentano dell’1,4%, in accelerazione rispetto al terzo trimestre 2020 (+0,7%). Andamenti che si manifestano in un contesto di crescita vivace dei volumi di compravendita: l’incremento tendenziale registrato dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate per il settore residenziale nel quarto trimestre 2020 è infatti del +8,8%. Mentre nel trimestre precedente era del +3,0%.

Nel 2020 i prezzi delle abitazioni aumentano dell’1,9%

Su base congiunturale l’aumento dell’IPAB (+0,3%) è dovuto unicamente ai prezzi delle abitazioni esistenti, che registrano un incremento pari allo 0,3%, mentre quelli delle abitazioni nuove diminuiscono dello 0,3%. In media, nel 2020, i prezzi delle abitazioni aumentano dell’1,9%. I prezzi delle abitazioni nuove fanno infatti registrare un +2,1%, mentre quelli delle abitazioni esistenti, che pesano per oltre l’80% sull’indice aggregato, crescono dell’1,9%. Rispetto alla media del 2010, primo anno per il quale è disponibile la serie storica dell’IPAB, nel 2020 i prezzi delle abitazioni sono diminuiti del 15,0%, mentre il tasso di variazione acquisito dell’IPAB per il 2021 è pari al -0,3%

Una crescita trainata da Sud e isole

Nel quarto trimestre la crescita tendenziale dei prezzi delle abitazioni su base annua è trainata da Sud e Isole (+3,0%). I prezzi crescono, ma in modo meno marcato nel Nord-Ovest e nel Nord-Est, rispettivamente, pari al +1,7% e al +1,8%, e di poco nel Centro (+0,2%). Nel quarto trimestre a Milano i prezzi delle abitazioni aumentano, su base annua, del 7,4%, confermando una crescita sostenuta sebbene in decelerazione rispetto al trimestre precedente (era +12%). A Torino e a Roma, invece, i prezzi delle abitazioni sono in calo (rispettivamente del 2,0% e dello 0,5%).

Nell’anno del Covid si registra la crescita più ampia

Insomma, come si legge nel comunicato dell’Istat, “Nel 2020, l’anno dell’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19, i prezzi delle abitazioni acquistate dalle famiglie registrano la crescita più ampia in media d’anno da quando è disponibile la serie storica dell’indice IPAB”.

Rispetto alla media del 2010, nel 2020 però i prezzi delle abitazioni sono comunque inferiori del 15%. Tra le grandi città, è Milano che registra per il quinto anno consecutivo un incremento, e torna per la prima volta a superare il livello dei prezzi del 2010, quando si attestavano al +5,6%. I dati indicano una crescita anche per i prezzi delle abitazioni a Roma, riporta Ansa, che dopo tre anni di flessioni nel 2020 crescono dello 0,8%. Nella Capitale però il livello dei prezzi è ancora inferiore del 27,5% rispetto al 2010.

Donne ancora penalizzate, ma c’è chi si reinventa tra artigianato e innovazione

Nonostante sia aumentato il numero di donne lavoratrici, la disparità di genere nel mercato del lavoro è ancora molto elevata. L’Italia è tra i Paesi in una situazione critica, con 8 punti percentuali di divario rispetto alla media Ue, attestata all’11,5% (2017). Una disparità che dipende soprattutto dalle responsabilità di assistenza, in particolare la genitorialità, che spesso ricadono unicamente sulle donne. A confermare la situazione anche quanto si è verificato nell’ultimo anno: il 55,9% dei posti di lavoro persi per gli effetti della crisi sanitaria ha coinvolto l’occupazione femminile. In particolare, tra il secondo semestre del 2019 e lo stesso periodo del 2020 sono stati persi 470 mila posti di lavoro al femminile, a fronte del totale di 841mila, con un incremento di 707mila donne inattive (+8,5%).

Gli effetti della pandemia sull’occupazione femminile

È quanto sottolinea un’elaborazione dati realizzata da Inrete per SumUp, fintech nel settore dei pagamenti digitali con mobile Pos. Secondo la ricerca rilevante è anche l’impatto che ha avuto l’avvio della didattica a distanza sulle professioni. Per assistere i figli molte donne si sono trovate costrette a ridurre l’investimento sul lavoro, a usufruire di permessi e aspettative, e in alcuni casi anche ad abbandonare definitivamente l’occupazione. La riduzione maggiore dei livelli occupazionali durante la pandemia ha colpito la fascia giovanile di età compresa tra i 25 e i 39 anni, fra cui la quota di donne con figli a carico è significativamente elevata. La pandemia ha rievocato quindi messaggi e stereotipi che, con molta fatica, erano in via di derubricazione. Su tutti quello che pone la figura femminile ambientata nello scenario domestico.

Storie di piccole imprenditrici che hanno saputo reinventarsi

Per bilanciare dati statistici non rassicuranti SumUp ha raccolto storie di artigiane e piccole imprenditrici che hanno saputo reinventarsi, o che hanno individuato in un periodo di incertezza uno stimolo per fare della propria passione una vera e propria professione o forma di business. C’è la laureata in storia dell’arte che si è dedicata alla propria passione, la cucina, diventando chef per offrire servizi di catering, event planning, private chef, lezioni di cucina e food experience a privati e aziende. Ma c’è anche chi ha rivoluzionato la propria vita e si è reinventata un lavoro, proponendosi come fiorista e flower stylist, o ancora chi si è data all’artigianalità, sempre seguendo le proprie passioni, creando una linea di t-shirt dipinte a mano e stampate in cotone organico o pezzi unici di arredamento. Rigorosamente fatti a mano.

Società quotate e coronavirus, -20 miliardi di utili

Le società quotate italiane dell’industria e dei servizi hanno perso 64 miliardi di ricavi e 20 miliardi di utili a causa della crisi scatenata dal Covid-19. Solo energia/utilities e servizi hanno chiuso in utile, mentre segnano una perdita manifattura e petrolifero. Lo attesta l’analisi dell’Ufficio studi Mediobanca sull’impatto del Covid sull’andamento dei primi 9 mesi del 2020 per 26 società del Ftse Mib, escludendo i settori finanza e assicurazioni, e per le multinazionali mondiali.  A fine settembre le società italiane avevano bruciato 46 miliardi di capitalizzazione sui 354 iniziali, anche se con il recente rally il calo è stato in gran parte colmato, e ora ammonta a 11 miliardi.

Calo di utili e fatturato

Il fatturato delle 26 quotate è sceso in media del 21%, e secondo le previsioni di Mediobanca l’intero 2020 si chiuderà con un -18%. Un dato superiore al -11% delle medie imprese, perché nel campione delle 26 quotate settori in difficoltà, come l’auto, hanno un peso maggiore. Nei 9 mesi i risultati vedono il -14% dei ricavi nei servizi, il -16,4% nell’energia, il -18,7% nella manifattura, e il -39,7% nel petrolifero. Nel terzo trimestre la manifattura è stata la più veloce a riprendere, con un +56,1% sul secondo trimestre contro il +39,1% dell’intero Ftse Mib, riporta Agi.

Persi 18 miliardi di margini industriali

Quanto ai margini, nei 9 mesi le 26 società analizzate hanno perso 18 miliardi di margini industriali, risultati dimezzati (-53,3%). Qualche segnale di speranza viene dall’Ebit margin, che misura i margini in percentuale sui ricavi. Qui il dato complessivo è positivo, ed è pari al 6,8%, pur in calo del 4,5% sullo stesso periodo 2019.

La struttura finanziaria evidenzia un ulteriore deterioramento per tutti i settori, risultato dell’aumento dell’indebitamento (+12,1%) e della contrazione dei mezzi propri (-9,1%). Il rapporto debiti finanziari/capitale netto tocca ora quota 146,5%, rispetto al 118,7% di fine 2019. A ricorrere maggiormente alla leva finanziaria è il settore dei servizi, con un rapporto del 231,7%, mentre il petrolifero contiene il dato all’89,5%.

L’andamento delle multinazionali mondiali

I big del web, della Grande distribuzione e dell’elettronica vincono la sfida del Covid, e nel 2020 riescono a incrementare ricavi e utili, mentre le multinazionali di auto, moda e media accusano pesantemente le conseguenze della pandemia. La media della variazione del fatturato delle multinazionali mostra un calo del 4,3%, ma le compagnie Websoft evidenziano un +18,4%, trainato da food delivery, videogiochi ed e-commerce. La Gdo registra un +8,8%, l’elettronico +5,7%, l’alimentare +3,7%. In difficoltà invece media e intrattenimento (-9,4%), automotive (-17,4%), moda (-21,3%), aeronautico (-30,6%), petrolifero (-32,3%).  In sofferenza anche i margini industriali (-22,8% l’aggregato), con l’eccezione di Gdo (+25,7%), Websoft (+14,2%), elettronica (+14,1%), mentre la moda accusa un taglio del 98,8%, il petrolifero del 66,6% e l’automotive del 65,8%.

Fase 3, il cassetto digitale aiuta a gestire l’impresa da remoto

L’emergenza Covid-19 sta cambiando le abitudini degli imprenditori, che si sono resi conto di non potere fare a meno del digitale. Nell’ultimo periodo l’utilizzo del cassetto digitale impresa.italia.it è cresciuto del 30%, e sono 650.000 gli imprenditori che hanno già aderito all’iniziativa. Il cassetto digitale in questo periodo particolare risulta molto utile agli imprenditori per gestire in modo più agile, anche da remoto, la propria azienda. Soprattutto nella richiesta dei contributi per l’emergenza sanitaria. Nella documentazione richiesta per accedere ai fondi messi a disposizione a livello nazionale e locale sono infatti sempre richieste la visura e l’eventuale bilancio, documenti che per l’impresa sono gratuiti e più facili da ottenere proprio tramite l’utilizzo del cassetto digitale.

“Una piccola rivoluzione che ricostruisce la fiducia verso la PA”

“Il cassetto digitale dell’imprenditore – afferma Paolo Ghezzi, direttore generale InfoCamere – è una di quelle piccole rivoluzioni che hanno la capacità di ricostruire la fiducia verso la pubblica amministrazione, avvicinando in digitale gli imprenditori e spingendoli a utilizzare strumenti e tecnologie che possono renderli più competitivi”.

Ma che tipo di servizi offre il cassetto digitale? Realizzato da InfoCamere per conto del sistema camerale, spiega Adnkronos, il cassetto è reso disponibile dalle camere di commercio a 6 milioni di cittadini imprenditori per accedere ai documenti ufficiali, e sempre aggiornati della propria impresa: visura (disponibile anche in lingua inglese), partecipazioni, elenco soci, storia delle modifiche, bilancio, statuto, atto costitutivo, fusioni, nomina amministratori, procure, e fascicolo d’impresa.

Da tutte le informazioni sull’impresa alle fatture elettroniche

Il cassetto digitale mette a disposizione dell’imprenditore le informazioni di maggiore utilizzo come la visura camerale con le informazioni su certificazioni biologiche e rating di legalità, statuto, bilancio, pratiche inviate allo sportello unico delle attività produttive (suap) del Comune (solo per imprese con sede in uno dei circa 3.900 comuni che utilizzano la piattaforma impresainungiorno.gov.it), e fatture elettroniche, per chi sceglie di utilizzare il sistema gratuito delle camere di commercio fatturaelettronica.infocamere.it.

Inoltre, il cassetto digitale mette a disposizione i documenti ufficiali dell’impresa presenti nel Registro Imprese.

Un “biglietto da visita” ufficiale 

Attraverso gli atti ufficiali l’imprenditore ha sempre quindi a portata di mano un “biglietto da visita” ufficiale della propria impresa, da condividere con partner, clienti, fornitori, banche e professionisti. Ma anche per inviarlo alla PA per adempimenti o partecipare a gare e bandi, anche internazionali. Per accedere a impresa.italia.it è sufficiente scaricare la web app gratuita ed essere in possesso degli strumenti di identità digitale (Spid), che consentono di identificare il cittadino-imprenditore, o la Cns (Carta nazionale dei servizi). Il cassetto digitale dell’imprenditore è inoltre integrato con la nuova soluzione delle camere di commercio per l’identità digitale DigitalDNA, il token wireless per un uso ancora più semplice in mobilità, inclusa la possibilità di utilizzare la firma digitale.

Il coronavirus impoverisce anche l’educazione

Le difficoltà materiali, nella didattica a distanza e il mancato accesso alle attività extrascolastiche motorie e ricreative per molti bambini e ragazzi si traduce nel rischio di rimanere indietro. L’isolamento forzato a causa dell’emergenza Coronavirus rischia di far perdere motivazione e competenze scolastiche, e in alcuni casi può portare all’abbandono della scuola.

Questo l’allarme di Save the Children, che diffonde un’indagine realizzata per l’Organizzazione dall’istituto di ricerca 40 dB su un campione di oltre 1000 bambini e ragazzi tra gli 8 e i 17 anni e i loro genitori, incluso un 39,9% del totale in condizioni di fragilità socio-economica anche a causa della Crisi Covid-19.

Difficoltà a fare i compiti, e la paura di perdere l’anno

Secondo il rapporto circa 1 minore su 5 incontra maggiori difficoltà a fare i compiti rispetto al passato, e tra i bambini tra gli 8 e gli 11 anni quasi 1 su 10 non segue mai le lezioni a distanza, o lo fa meno di una volta a settimana.

Circa 1 genitore su 20 ha paura che i figli debbano ripetere l’anno, o che possano lasciare la scuola. Tassi che tra le famiglie in maggiori difficoltà economica passano rispettivamente a quasi 1 su 10 e 1 su 12.

E sei genitori su dieci (60,3%) ritengono che i propri figli avranno bisogno di supporto quando torneranno a scuola, considerata la perdita di apprendimento degli ultimi mesi.

Il circolo vizioso della povertà

Una povertà educativa alimentata dalla crisi economica che ha impoverito ulteriormente le famiglie. Quasi 1 genitore su 7 (14,8%), tra quelli con una situazione socio-economica più fragile, ha perso il lavoro definitivamente a causa dell’emergenza Covid-19, e oltre la metà lo ha perso temporaneamente. Più di 6 su 10 invece stanno facendo i conti con una riduzione temporanea dello stipendio, al punto che rispetto a prima del lockdown la percentuale di nuclei familiari in condizione di vulnerabilità socio-economica che beneficia di aiuti statali è quasi raddoppiata, passando dal 18,6% al 32,3%, riporta Italpress.

Agire subito per non privare i bambini del loro futuro

Si tratta di genitori che nel 44% dei casi sono preoccupati di non poter tornare al lavoro o cercarne uno perché i figli non vanno a scuola e non saprebbero a chi lasciarli.

“Non possiamo permettere che l’epidemia di Covid-19 in pochi mesi tolga ai bambini e agli adolescenti in Italia opportunità di crescita e sviluppo – commenta Daniela Fatarella, direttrice generale di Save the Children Italia -. Dobbiamo agire subito per non privarli del loro futuro. L’educazione, formale e non, rappresenta per i nostri bambini l’ancora di salvezza per avere opportunità nel presente, ma soprattutto per garantire la libertà di scegliere il proprio futuro, specie nei contesti più svantaggiati”.

 

Fwa, una tecnologia cruciale per la richiesta di connettività al tempo del Covid-19

L’Italia si trova in una situazione senza precedenti, che sta mettendo alla prova non solo cittadini e Istituzioni, ma anche la capacità degli operatori Tlc di far fronte alla crescente richiesta di connettività. L’emergenza coronavirus, e il conseguente ricorso allo smart working di tantissimi lavoratori, sta determinando infatti un incremento della domanda stimata almeno del 50% in più rispetto all’abituale traffico dati. L’Fwa, il Fixed wireless access, sta dando prova di grande utilità e “resilienza”, poiché si basa su una tecnologia che sfrutta i collegamenti via etere. In questo modo, “consente di fornire servizi di connettività ad altissime prestazioni anche nelle aree bianche – spiega Enrico Boccardo, presidente della Coalizione per il Fixed wireless access (Cfwa) – ovvero in quelle aree nelle quali sono assenti altre infrastrutture a banda larga”.

Un servizio indispensabile per smart working e didattica a distanza

La Coalizione per il Fixed wireless access riunisce oltre 60 imprese ad azionariato prevalentemente italiano che condividono l’obiettivo di portare la connettività internet in tutta Italia, comprese le zone più impervie e difficili da raggiungere, le cosiddette aree bianche. Le aree del Paese dove gli operatori tradizionali non hanno investito.

Secondo Boccardo, l’Fwa rappresenta perciò “un servizio indispensabile per i cittadini, per le imprese e per la Pubblica amministrazione, in particolare in questo periodo in cui cresce il ricorso allo smart working, alla didattica a distanza e ai tanti altri servizi informatici e telematici”.

Imprese pronte a potenziare ulteriormente le infrastrutture

Grazie all’Fwa la possibilità di portare connettività internet alle persone e alle aziende e in tempi pressoché immediati in tutto il Paese rappresenta “un elemento fondamentale, strategico e che va sfruttato al meglio – continua il presidente Cfwa -. Come imprese di pubblica utilità siamo pronti a potenziare ulteriormente le nostre infrastrutture e a garantire sempre, specialmente in questo momento critico, il funzionamento delle reti, l’operatività e la continuità dei servizi”.

Necessario intervenire con investimenti privati una volta superata l’emergenza

Per facilitare questo compito, riporta Askanews, le imprese aderenti a Cfwa hanno però bisogno di “una maggiore e duratura disponibilità di frequenze per l’accesso, e di una riduzione dei canoni per l’utilizzo delle frequenze di backbone – aggiunge Boccardo – ove queste siano utilizzate per raggiungere, grazie a investimenti privati, aree nelle quali le infrastrutture di Tlc sono carenti. Spero che il governo possa intervenire in questo senso – sottolinea il presidente Cfwa – anche in considerazione del fatto che una volta superata questa emergenza si sarà radicato nel Paese un maggiore utilizzo delle reti di telecomunicazioni nei tanti ambiti della vita di ognuno”.

Informazione fra vecchi e nuovi media: come siamo messi?

Tradizionale Tg in televisione, giornale cartaceo, web, social media? Quali sono le fonti di informazione principalmente utilizzate dagli italiani? Beh, è sotto gli occhi di tutti come l’informazione sia, a livello globale, altamente polarizzata. Ma alla domanda ha tentato di rispondere il 16° Rapporto sulla comunicazione del Censis, con un’indagine approfondita delle modalità utilizzate dai nostri connazionali per informarsi. Dall’indagine si scopre che le prime cinque fonti d’informazione utilizzate dagli italiani includono strumenti tradizionali come telegiornali, reti televisive all news e quotidiani cartacei, insieme all’innovazione fornita dalla piattaforma social più diffusa, Facebook, e dai motori di ricerca su internet, come Google. “I telegiornali mantengono salda la leadership: sono i programmi a cui gli italiani ricorrono maggiormente per informarsi (59,1%). L’apprezzamento è generalizzato, ma aumenta con l’età: dal 40,4% dei giovanissimi al 72,9% degli over 65. Elevato è anche il favore accordato alle tv dedicate all’informazione a ciclo continuo, 24 ore su 24, utilizzate per informarsi dal 19,6%” spiega il rapporto. Dopo il telegiornale, però, il secondo strumento più utilizzato per informarsi è Facebook (scelto dal 31,4% degli italiani) seguito dai motori di ricerca con il 20,7%. I giornali cartacei, con il loro 17,5%, guadagnano oltre punti percentuali rispetto all’analogo rapporto di due anni fa.

La politica l’argomento più “caldo”

Dai dati sopraelencati si evince che gli italiani costruiscono un mix personalizzato delle fonti, online e offline. Ma quali sono gli argomenti preferiti e coinvolgenti? Senza dubbio quelli legati alla politica nazionale, che conquistano il 42,4% della popolazione: le vicende di governi e partiti politici rappresentano in assoluto il genere di notizie più seguito. La politica stacca di 10 punti percentuali le voci classiche dei palinsesti informativi, come lo sport (29,4%) o la cronaca nera (26,1%) e rosa (18,2%). Ancor più basso l’interesse dimostrato per  le notizie economiche ((15,3%) e di politica estera (10,5%).

Ai “grandi” mancano le competenze digitali

Anche se Internet ormai fa parte della vita quotidiana, il 25,0% degli italiani ammette di non possedere le competenze necessarie per muoversi agevolmente nel mondo digitale. Sono maggiormente digitalizzati coloro che hanno tra i 30 e i 44 anni (8,0%) e tra i più istruiti (11,4%), alla pari con i più giovani (11,5%): sono questi i soggetti meglio attrezzati per vivere nell’ambiente digitale. Mentre il 57,3% delle persone anziane confessa un totale deficit di competenze.

Italia terza in Europa per cyber sicurezza

Tra maggio 2018 e gennaio 2019 in Italia sono stati riferiti 610 casi di violazione dati. Si tratta del terzo numero più basso in Europa, una posizione che colloca l’Italia al terzo posto tra le nazioni più sicure in tema di cyber security. Navex Global, la società di software e servizi di etica e conformità, ha reso noti i dati del report sulla privacy e la conformità GDPR. Oltre a determinare il livello di cybersecurity del nostro Paese, il report ha evidenziato come quasi 7 su 10 compliance officers europee si preoccupino della privacy dei dati, e il 68% consideri la sicurezza informatica un argomento fondamentale in materia di etica e conformità.

Più di un quarto delle organizzazioni ha un programma di conformità incompleto

Nonostante questo, più di un quarto (27%) delle organizzazioni ha un programma di conformità incompleto, e non considera la privacy dei dati una delle principali preoccupazioni. Quasi la metà (47%) delle organizzazioni ammette poi che la scarsità delle risorse è il problema più grande. La colpa è da attribuirsi alla mancanza di formazione in materia di data privacy. Nelle aziende con un programma di conformità reattiva, solo il 53% dei senior manager e dei non manager ha ricevuto training sulla data privacy, e solo il 41% sulla cyber security.

Costi per i data breach, nelle piccole imprese -50%, nelle grandi +341%

Quando invece si tratta di organizzazioni con programmi di conformità avanzati, il 22% dei non-manager non riceve alcuna formazione sulla privacy dei dati o sulla sicurezza informatica. Il che significa che quasi un quarto del personale in prima linea non riceve alcuna guida.

Di fatto però i costi per i data breach delle piccole imprese sono diminuiti di oltre il 50% nel 2019, mentre per le medie imprese i costi di violazione dei dati sono aumentati del 327%. E per le grandi imprese hanno registrato un aumento del 341%.

“La vera posta in gioco è proteggere le persone”

Segnali promettenti arrivano dalle organizzazioni che hanno implementato un programma di gestione degli incidenti, con il 37% che afferma quanto questo abbia contribuito a costruire una cultura aziendale basata sulla fiducia. Il 64% delle aziende ha affermato poi che disporre di un codice di condotta è l’elemento di maggiore effetto sulla prevenzione di violazioni etiche. E il 60% possiede un sistema di segnalazione interno, ad esempio, una hotline di gestione degli incidenti per identificare le violazioni della politica aziendale.

“I programmi di comunicazione interna e di formazione sono strumenti essenziali per sostenere la data governance – commenta Jessica Wilburn, Data Privacy Officer e Senior Counsel presso Navex Globa -. È importante tradurre la privacy in ciò che significa per i diversi reparti, team e ruoli, ma è ancora più importante quando si parla di quale è la vera posta in gioco: proteggere le persone.”

 

Neolaureati, gli italiani tra i meno pagati d’Europa

I neolaureati italiani sono tra i meno pagati d’Europa, e si collocano al quattordicesimo posto della classifica europea, dietro Paesi come Irlanda e Slovenia. I neolaureati italiani infatti possono aspirare a un primo stipendio annuo di 28.827 euro, contro i 36.809 euro dei coetanei francesi o i 49.341 euro di quello tedeschi, fino ad arrivare ai 73.370 euro dei neolaureati svizzeri, i più pagati d’Europa. Questo è quanto emerge dall’ultimo Starting Salaries Report di Willis Towers Watson, che analizza il valore del primo stipendio e le retribuzioni offerte ai neolaureati in 31 paesi di tutto il mondo.

In Italia non c’è differenza tra un diplomato, un laureato e un dottorando

Il report evidenzia quindi notevoli diseguaglianze tra l’Italia e gli altri Paesi d’Europa, soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra valore della retribuzione e livello di scolarizzazione. Ma in Italia tra un diplomato e un laureato la differenza non è rilevante dal punto di vista retributivo. Chi ha scelto di conseguire una laurea può aspirare a guadagnare infatti solo il 12% in più rispetto a un neodiplomato, e lo stesso divario (13%) si riscontra anche tra chi ha conseguito una laurea e chi invece un dottorato di ricerca. Molto diversa la situazione in Germania, dove una laurea, per chi si affaccia al mondo del lavoro assicura una retribuzione superiore del 32% rispetto a un diploma. O in Francia, dove per un dottorato viene riconosciuto un salario superiore del 43% rispetto alla laurea, riporta Askanews.

Le prospettive di crescita a breve termine non sono incoraggianti

“Le prospettive remunerative dei neolaureati in Italia si confermano non molto entusiasmanti – ha commentato Rodolfo Monni, responsabile indagini retributive di Willis Towers Watson Italia -. Rispetto agli altri Paesi europei con un’economia comparabile, come Francia e Germania, la laurea in Italia non garantisce un primo stipendio sostanzialmente superiore a quello offerto da un diploma”. Questo vale anche per le prospettive di crescita a breve termine, che “non sono incoraggianti”. ha aggiunto Monni.

Dopo due anni l’aumento della retribuzione aumenta di circa il 10%

In pratica, dopo due anni di lavoro un laureato italiano vede aumentare la sua retribuzione fissa di circa il 10%, meno la metà di Francia e Germania, per cui l’aumento si attesta sul  22%, e di Spagna e Regno Unito, che sale al 25%. “Una progressione che un neolaureato italiano riesce a raggiungere dopo 4 o 5 anni dall’ingresso nel mondo del lavoro”, ha sottolineato ancora Rodolfo Monni.

Poco significative poi anche le differenze tra le varie funzioni aziendali. I ruoli più remunerativi per i neolaureati si dimostrano quelli commerciali, con uno stipendio massimo annuale di 31.988 euro, mentre i lavoratori meno pagati sono quelli impiegati in ambito manifatturiero, dove la retribuzione si attesta sui 30.996 euro all’anno.

Over Motel | Wellness Suite a Monza

La zona tra Monza e Milano è particolarmente frequentata da quanti si spostano per motivi di business o da parte di coloro che raggiungono appositamente quest’area da qualsiasi altra regione italiana sempre per motivi di lavoro. Questo è il motivo per il quale sono in tanti ad avere bisogno di strutture ricettive in zona in grado di assicurare un valido riposo, ma soprattutto che consentano di spostarsi velocemente da Monza a Milano e viceversa, in base agli impegni del giorno. In questo senso l’Over Motel è uno dei più gettonati tra gli alberghi  di Monza proprio per la sua posizione strategica che consente di raggiungere facilmente Milano, ma non solo.

Le camere infatti, mettono a totale agio i clienti consentendo loro di riposare in maniera ottimale tra un impegno di lavoro e l’altro. Inoltre questo motel Monza mette a disposizione degli utenti dei mini box parcheggio privati con accesso fronte camera, in questa maniera il cliente può tranquillamente parcheggiare la propria vettura nei pressi della propria camera e non avere dunque alcun tipo di pensiero in merito. Inoltre, grazie ad una apposita tenda motorizzata, è possibile chiudere la visuale e garantirsi così tutta la privacy di cui si avverte la necessità.

L’Over Motel mette inoltre a disposizione degli utenti della camere che hanno un proprio centro benessere, dunque ad uso esclusivo degli ospiti della camera, che consente di ottenere un riposo ed un relax ancora più profondi ed efficaci, grazie all’hammam o all’idromassaggio o qualsiasi altro dei trattamenti che il cliente desidera di concedersi In occasione della sua permanenza in struttura. L’Over Motel è dunque un’occasione unica per coniugare un impegno di lavoro ad un momento di piacevole benessere, in una struttura finemente arredata ed in grado di regalare agli ospiti tutto il benessere di cui hanno bisogno.