Italiani e immigrazione: preoccupati o accoglienti?

Qual è l’atteggiamento degli italiani nei confronti dell’immigrazione? Secondo un’indagine Doxa sembra che il 58% dei nostri connazionali sia molto preoccupato, anche se a dicembre 2017 tale soglia si attestava al 78%. Le più preoccupate sono le donne (65%), mentre non si rilevano differenze sostanziali in base all’età o rispetto all’area geografica di residenza.

Unica eccezione, le città con oltre 100 mila abitanti, dove i “preoccupati” sono il 63% (+5% sulla media nazionale).Il grado di preoccupazione decresce poi con l’innalzarsi del titolo di studio. Solo un laureato su 2 infatti è preoccupato, mentre tra i possessori di licenza di scuola media inferiore tale soglia arriva al 60%.

Ordine pubblico e sicurezza gli aspetti che più incidono sul livello di preoccupazione

Per un italiano su 2 gli immigrati però rappresentano una risorsa per il Paese, con uno scostamento di 8 punti rispetto ai risultati di pochi mesi fa (44% dicembre 2017, 52% a luglio 2018).

In ogni caso, ordine pubblico e sicurezza sono gli aspetti che più incidono sul livello di preoccupazione degli italiani. Lo afferma il 48% degli intervistati, con picchi del 54% tra gli over 54 e del 55% tra gli abitanti del Nord-Est. Ma è proprio dalle regioni del Nord-Est che arriva anche l’appello più sentito perché si distingua tra profughi o immigrati regolari, e clandestini. Lo chiede l’83% degli intervistati di Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Trentino Alto- Adige e Veneto contro una media nazionale del 77%.

Per il 75% degli intervistati chi scappa da guerre e terrorismo va accolto

Per quel che concerne le classi d’età i più orientati al distinguo sono i 35-54enni (82%). Ed è proprio in questa fascia di età che è meno diffusa l’idea che gli immigrati rappresentino una minaccia per l’occupazione ( 24% degli intervistati). Mentre tra gli over 54 tale incidenza arriva al 35%. Anche in questo caso il livello d’istruzione gioca un ruolo chiave: lo pensa l’11% dei laureati contro il 39% di coloro che non sono andati oltre la terza media.  I dati Doxa mostrano inoltre che per il 75% degli intervistati chi scappa da guerre e terrorismo “va accolto”.

Il Centro Italia è l’area più accogliente d’Italia (83%).

Campioni di solidarietà sono i 15-34enni, con l’85% di risposte affermative. A livello geografico sono gli abitanti del Centro Italia i più propensi all’accoglienza, con una percentuale di consenso pari all’83%.

È curioso notare come alla domanda su un eventuale richiesta da parte delle istituzioni di ospitare i migranti nel proprio quartiere il livello di preoccupazione su base nazionale scenda al 33%.  Anche in questo caso molto più ”aperti a ospitarli” risultano i laureati (solo 19% di tasso di preoccupazione), ma anche i giovani (29% i preoccupati under 35) e i residenti nelle grandi città, con il 31% di “preoccupati” nei centri con oltre 100 mila abitanti.

 

I lavoratori autonomi pagano l’Irpef più di dipendenti e pensionati

Non è proprio una novità assoluta: sono i lavoratori autonomi a versare all’erario una quota più alta di Irpef rispetto a lavoratori dipendenti e pensionati. La conferma arriva da una elaborazione dell’Ufficio Studi della Cgia di Mestre, focalizzata sull’imposta versata dai contribuenti italiani allo Stato. Come risulta dalle dichiarazioni dei redditi del 2016, l’Irpef ammonta a oltre 155 miliardi all’anno, per un’incidenza sul totale delle entrate tributarie pari al 33%.

I liberi professionisti mediamente versano più di 4.700 euro

Sebbene le partite Iva costituiscono solo l’11,4% del totale delle persone fisiche presenti in Italia (pari a poco più di 4.660.000 unità), ciascuno di essi (artigiani, commercianti, piccoli imprenditori, liberi professionisti, etc.), versa mediamente poco più di 4.700 euro di Irpef all’anno, rispetto ai 4.000 euro che mediamente vengono prelevati dalla busta paga di un lavoratore dipendente, e a poco più di 2.900 euro incassati dal fisco da ogni pensionato.

“Abbiamo ritenuto necessario puntualizzare questa questione – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – per sconfessare una tesi sempre più diffusa secondo la quale le tasse in questo Paese vengono pagate principalmente da coloro che subiscono il prelievo alla fonte”.

I lavoratori autonomi costituiscono l’11,4% % del totale dei contribuenti Irpef

Ritornando ai numeri, riporta Adnkronos, in Italia i lavoratori dipendenti e i pensionati ammontano a oltre 35.650.000, l’87,5% del totale dei contribuenti Irpef e subiscono un prelievo complessivo di 127 miliardi di euro all’anno (pari all’81,9%o del gettito totale Irpef). Gli autonomi, invece, sono poco più di 4.660.000 lavoratori, pari all’11,4% del totale dei contribuenti Irpef. E al fisco versano quasi 22,5 miliardi di euro (pari al 14,5% del totale).

Lombardia, Lazio ed Emilia Romagna le regioni che versano di più

Sul fronte del gettito Irpef per regioni il territorio che ne versa di più è la Lombardia, con 35,1 miliardi di euro (pari a una Irpef media di 6.085 euro). Seguono il Lazio con 17,7 miliardi (Irpef media di 6.058 euro) e l’Emilia Romagna con 14,1 miliardi (Irpef media di 5.245 euro) . “Con un fisco così eccessivo – conclude il Segretario della Cgia Renato Mason – serve un’alleanza tra autonomi e lavoratori dipendenti. Questa situazione penalizza entrambi e di conseguenza l’economia del paese. Con meno tasse, infatti, potenzialmente le famiglie dei lavoratori dipendenti potrebbero avere più risorse per far decollare definitivamente i consumi interni e conseguentemente anche il fatturato di artigiani e piccoli commercianti che vivono quasi esclusivamente di domanda interna”.

Il Piano Nazionale Impresa 4.0 compie un anno e potenzia gli investimenti

A un anno dalla sua introduzione il Piano Nazionale Impresa 4.0 incrementa gli investimenti, e il Mise fa il punto su azioni e obiettivi da raggiungere nel 2018. Dopo i 20 miliardi dell’anno passato, per il 2018 il Governo ha stanziato 9,8 miliardi, per un totale di 30 miliardi in due anni. L’obiettivo però è anche incrementare da 80 a 90 miliardi tra il 2017-2018 gli investimenti innovativi privati, e portare l’aumento a 11,3 miliardi di spesa privata in Ricerca, Sviluppo e Innovazione. Entro il 2020, focus maggiore su tecnologie 4.0, e crescita fino a 2,6 miliardi del volume degli investimenti privati “early stage”.

Gli strumenti e le infrastrutture del Piano

Fra gli strumenti del Piano, il consolidamento degli investimenti in innovazione, con misure come iperammortamento e super ammortamento, nuova Sabatini, fondo di garanzia, Piano straordinario Made in Italy. Ma anche potenziamento degli investimenti in capitale umano con il credito di imposta formazione 4.0, fondo per il capitale immateriale, spesa corrente e in conto capitale per gli istituti tecnici superiori.

La banda ultralarga, ricorda il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, “è un servizio essenziale, come acqua elettricità, gas”, e il premier Paolo Gentiloni aggiunge che “non è solo un fatto tecnologico, ma avvicina il Paese”. Entro il 2020 il piano prevede inoltre il raggiungimento del 100% delle aziende italiane connesse a 30Mbps e il 50% a 100Mbps. Oltre 5 miliardi sono stati stanziati per le aree bianche (a fallimento di mercato) e le grigie, e 17 le gare assegnate in regioni che attiveranno gradualmente investimenti pubblici nei prossimi 12-36 mesi.

Sviluppare le competenze a tema impresa e aumentare gli studenti Its del 100%

Per quanto riguarda le competenze, l’obiettivo è portare a circa 200.000 gli studenti universitari, a 3.000 i manager specializzati su temi Impresa 4.0, aumentare del 100% gli studenti iscritti ad Istituti Tecnici Superiori su temi 4.0 (dagli attuali circa 9.000 a circa 20.000), e oltre a 1.400 i dottorati di ricerca con focus sul tema. L’obiettivo sarà realizzato grazie a un investimento di 95 milioni nel triennio 2018-2020.

La sfida principale del Piano è l’occupazione

Una delle sfide maggiori è quella occupazionale, considerando che le dieci professioni oggi più richieste dal mercato non esistevano fino a 10 anni fa. Il Piano tiene in considerazione il fatto che oltre alla formazione bisogna gestire il rischio di disoccupazione tecnologica colmando il gap di competenze. Oggi solo il 29% della forza lavoro italiana presenta elevate competenze digitali, contro il 39% di quella tedesca e il 50% di quella britannica. Tra gli ambiti della formazione previsti: robot collaborativi, manifattura additiva, realtà aumentata, simulazione, integrazioni digitali, industrial internet, cloud, cybersecurity, big data analystic.

Resto al Sud, come funziona l’incentivo per i giovani imprenditori del Mezzogiorno

Ha ufficialmente preso il via ‘Resto al Sud’, l’incentivo che sostiene la nascita di nuove attività imprenditoriali da parte dei giovani under 36 residenti nelle otto regioni del Mezzogiorno. Chi desidera far decollare il proprio progetto imprenditoriale nelle zone coinvolte, e chiedere le relative agevolazioni, può presentare domanda sul sito di Invitalia. ‘Resto al Sud’ è promosso dal ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno, Claudio De Vincenti, è gestito da Invitalia e ha una dotazione finanziaria di 1.250 milioni di euro.

“Il Mezzogiorno ha ripreso a crescere, ma c’è bisogno ora di consolidare i risultati raggiunti negli ultimi tre anni. Con ‘Resto al Sud’ puntiamo a ribaltare la percezione del fare impresa nel Meridione, da chimera o prospettiva impossibile a volano per la crescita. Per la prima volta, il governo ha messo in campo un incentivo che può coprire fino al 100% dell’investimento proposto dai neoimprenditori”, ha detto all’agenzia AdnKronos Domenico Arcuri, amministratore delegato di Invitalia.

Nessuna scadenza ne click day

La domanda si presenta esclusivamente on line sul sito di Invitalia. Chi vuole chiedere gli incentivi deve, quindi, registrarsi ai servizi online di Invitalia e poi entrare nell’area riservata. ‘Resto al Sud’ non è un bando: quindi non ci sono scadenze, né graduatorie. Le domande vengono valutate in base all’ordine cronologico di arrivo, a partire dal 15 gennaio, fino ad esaurimento fondi. Vengono finanziate solo quei piani in regola con i requisiti previsti dalla legge e che contengano un progetto di impresa valido e sostenibile.L’esito della valutazione viene comunicato normalmente entro 60 giorni dalla presentazione della domanda.

A chi si rivolge

‘Resto al Sud’ si rivolge ai giovani tra i 18 e i 35 anni residenti in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, che non abbiano un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, che non siano titolari di altre imprese attive, che non abbiano beneficiato di altre agevolazioni negli ultimi tre anni. Possono presentare la domanda singoli giovani o gruppi di giovani che, successivamente alla data del 21 giugno 2017, si sono costituiti o si costituiranno rispettivamente in ditte individuali o società, anche cooperative.

La copertura coinvolge tutti i settori, tranne le libere professioni e il commercio. Il finanziamento massimo è di 50.000 euro per ogni richiedente, che può arrivare a un massimo di 200.000 euro nel caso di più richiedenti (già costituiti in società o prossimi alla costituzione).

Gli ambiti del finanziamento

Il finanziamento ottenuto può essere utilizzato per interventi su beni immobili, per l’acquisto di macchinari e attrezzature oppure di programmi e servizi informatici, per coprire le spese di avvio delle attività (escluse progettazione, consulenze o costo del personale). Consulenza e assistenza saranno offerte da enti accreditati presso Invitalia. “Le agevolazioni sono erogate in regime di ‘de minimis’ e coprono il 100% delle spese. Consistono in un contributo a fondo perduto pari al 35% del programma di spesa e in un finanziamento bancario per il restante 65% concesso da un istituto di credito che aderisce alla convenzione tra Invitalia e Abi. Il finanziamento bancario è garantito dal Fondo di Garanzia per le Pmi e dovrà essere restituito in 8 anni di cui due di preammortamento. E’ previsto inoltre un contributo che coprirà gli interessi” si legge ancora nella specifica.

Export lombardo: business da 89 miliardi nei primi nove mesi del 2017

L’export lombardo mette a segno numeri da primato. 89 miliardi di euro: a tanto ammonta il valore delle esportazioni della Regione nei primi nove mesi del 2017, +7,3% rispetto allo stesso periodo del 2017. Circa un quarto di tutte le esportazioni italiane nella prima metà dell’anno sono partite dalla Lombardia. In base ai dati elaborati dalla Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi su dati Istat relativi al terzo trimestre 2017 e 2016, Milano con oltre 30 miliardi, Brescia e Bergamo con oltre 11, Monza e Brianza e Varese con oltre 7 miliardi sono i territori che esportano di più. Un anno positivo che vede una crescita dell’export a due cifre per Monza e Brianza (+15%), Cremona (+16%), Lodi (+14%). Bene anche le importazioni che crescono del 7,2% superando i 92 miliardi di euro, circa un terzo del totale italiano.

10mila incontri d’affari nel 2017

Bilancio positivo per il 2017 anche per Promos, l’azienda speciale della Camera di commercio di Milano, MonzaBrianza e Lodi per le attività internazionali. Oltre 10 mila gli incontri d’affari B2B e di networking organizzati coi partner esteri in Lombardia e presso i mercati globali più strategici per il sistema produttivo imprenditoriale lombardo ed italiano, soprattutto buyer interessati al prodotto made in Italy. Un’azione congiunta con Unioncamere e Regione Lombardia, con Assocamerestero, ICE, AICE – Confcommercio, Assolombarda e Banca Popolare di Sondrio, tra i diversi partner locali, e poi la collaborazione con la Commissione europea e soprattutto l’Agenzia europea per lo sviluppo delle PMI – EASME, nel quadro dei principali programmi di sviluppo economico ed internazionalizzazione delle Pmi comunitarie presso le macro-aree globali, soprattutto Nord America, Mediterraneo e Medio Oriente, America Latina e Sud Est Asiatico. “Il 2017 è stato un anno particolarmente favorevole per gli incontri organizzati a vantaggio delle imprese lombarde e italiane e per l’attività di assistenza condotta nei follow-up, affinché questi incontri si possano sempre più tradurre in opportunità concrete. Stiamo beneficiando di una maggiore attenzione per il made in Italy che va di moda nel mondo. Il prodotto italiano piace per gusto e qualità, a partire da importanti settori come fashion, design, oltre all’alimentare, anche sull’onda di Expo Milano 2015. Un modo per sviluppare e far crescere la nostra presenza economica a livello internazionale. Si tratta anche di un contributo concreto del business locale attraverso il rilancio della domanda estera” ha dichiarato Carlo Edoardo Valli, presidente di Promos.

Mercati, l’Europa resta il primo

L’Europa si conferma il principale mercato per la Lombardia con il 70% circa dell’interscambio e una crescita del business coi paesi dell’Unione Europea (+ 7,3% l’export a quota 50 miliardi e + 8,2% l’import di 61 miliardi) e dei Paesi europei non UE (+3,6% l’import, +8,6% l’export). Bene gli scambi con Stati Uniti e America del nord (+14% l’export a 7,4 miliardi, +10% l’import a 2,7 miliardi). Anche col Sud America sale l’export del + 8%. Cresce il business con l’Africa centro-meridionale (+10,5% l’import, +5% l’export). Si rafforzano gli scambi con Cina, Giappone e Asia Orientale (export di 9 miliardi, +9%).

Italia, piccole e medie imprese: 5 mila nuove attività nel 2016

I segnali di ripresa dell’economia italiana si riflettono anche nei numeri relativi all’imprenditoria nazionale. In particolare, sembrano godere di nuovo slancio e di un’ottima dose di ottimismo le piccole e medie imprese distribuite su tutto il territorio nazionale. Ecco, in estrema sintesi, la fotografia dello stato di salute delle Pmi: il dato emerge dal Rapporto Cerved Pmi 2017, presentato di recente a Milano

Piccole, ma solide e più numerose

In Italia cresce in modo significativo il numero delle piccole e medie imprese: sono circa 5 mila le nuove attività nate nel corso del 2016. Non solo: le Pmi risultano anche più solide, con un aumento considerevole degli investimenti. Il Rapporto Cerved mostra che si è rafforzato e ha preso slancio l’aumento del numero delle Pmi grazie soprattutto alla crescita registrata dalle microimprese. Se nel 2015 si era verificata una prima inversione di tendenza, come riporta l’Ansa, nel 2016 si è osservato un ulteriore incremento: sono oltre 5 mila le nuove imprese. Un aumento robusto che porta il totale delle Pmi a quota 145 mila unità.

Le Pmi segnano performance migliori delle grandi

Le buone notizie non si fermano esclusivamente al numero crescente di piccole aziende, ma coinvolgono anche gli aspetti legati al giro d’affari. Dall’analisi degli indicatori economico-finanziari, le piccole e medie imprese hanno consolidato positivamente le dinamiche in atto, facendo registrare risultati migliori anche rispetto alle grandi. Le Pmi confermano la crescita di fatturato (+2,3%), valore aggiunto (+4,1) e margini lordi (+4,1%).

Investimenti in forte crescita

Ottime indicazioni anche per ciò che concerne gli investimenti, con dati in deciso aumento. La crescita in questo ambito tocca il 7,8% rispetto alle immobilizzazioni materiali, con andamenti positivi in tutti i settori. Crescono anche sia i debiti finanziari (+1,1%), sia i debiti commerciali (+1,2%). D’altro canto, si rafforza il capitale proprio con un aumento del patrimonio netto di circa il 5%. Per quanto riguarda i tassi di ingresso in sofferenza delle Pmi, si prevede un’ulteriore e forte diminuzione. Secondo le stime, nel triennio 2017-19 il tasso è atteso all’1,7% in termini di numeri e al 2,2% in termini di valore. Si tratta di valori ancora leggermente superiori a quelli del 2008, ma che riducono sensibilmente il divario con i livelli pre-crisi.

“Il numero di Pmi è tornato a crescere e la redditività si avvicina ai livelli pre-crisi con una ripresa che ha basi finanziarie e reddituali molto solide. Tuttavia è necessario aumentare la produttività delle nostre imprese e accelerare il ritmo di crescita, troppo indietro rispetto a quello degli altri principali paesi europei” precisa l’amministratore delegato di Cerved, Marco Nespolo.

Piccole imprese, 1 su 3 cerca personale

Le piccole imprese si confermano ancora una volta il motore silenzioso dell’economia italiana. Nonostante gli anni duri della crisi, purtroppo non ancora alle spalle, le piccole aziende che sono sopravvissute allo tsunami degli sconvolgimenti economici stanno ritornando a galla. E non solo: hanno anche intenzione di assumere nuovo personale.

Dopo i tagli, le nuove assunzioni

Le piccole imprese di casa nostra, che magari nell’ultimo lustro si sono viste costrette a tagliare il personale per mancanza di lavoro e di fondi, ora credono nelle ripresa. Sono i segnali positivi da un’indagine condotta dall’agenzia di stampa Adnkronos su un campione di oltre mille imprese sotto i 50 addetti, interpellate su tutto il territorio attraverso diverse associazioni d’impresa. Il responso è all’insegna dell’ottimismo: una su tre (il 37%) pensa di poter aumentare il numero dei propri dipendenti nell’arco dei prossimi 12 mesi.

Cala il numero di licenziamenti

Il graduale miglioramento delle condizioni del mercato, così come – forse – una rinnovata fiducia nel futuro, fa sì che le piccole e medie imprese siano anche molto più caute sul fronte licenziamenti. Parla chiaro, infatti, il dato che riguarda le scelte compiute negli ultimi dodici mesi: scende al 10% il numero di imprese che è stata costretta a ridurre il personale.

I segnali di ripresa: nascono più aziende di quante chiudano

In sintesi, questi indicatori sono il segnale di una ripresa dell’attività lavorativa, specie per quanto riguarda le PMI. In Italia stanno nascendo più imprese, con un trend che si consolida di mese in mese, e ne stanno fallendo di meno, rispetto agli anni passati. In base alla ricerca, che ha rielaborato i dati di Infocamere, nei primi sei mesi del 2017  hanno visto la luce 209 mila imprese (28mila a giugno, 35mila a maggio, 30 mila ad aprile, 42 mila a marzo, 39 mila a febbraio, 35 mila a gennaio). Se il trend verrà mantenuto, l’intero anno dovrebbe chiudersi con la nascita di 418 mila nuove imprese. Le aziende nate nel 2016 erano state invece 363 mila e nel 2015 372 mila.

Meno procedure concorsuali e meno libri in tribunale

Buone notizie anche per quanto concerne le procedure concorsuali aperte, che sono in calo nel primo semestre 2017 rispetto agli anni precedenti. Stesso discorso per le procedure di fallimento: sempre meno imprese stanno portando i libri in tribunale. Tra aprile e giugno 2017, infatti, secondo i dati ufficiali Unioncamere-Infocamere, sono fallite 3.008 imprese, contro le 3.537 del corrispondente periodo del 2016. Un valore che letto in termini percentuali è di un ragguardevole 15%.

Google lancia Sos Alerts, i consigli utili nelle situazioni di pericolo

Anche Google si muove nel segno della sicurezza, adottando a grandi linee la stessa strategia di Facebook con il Safety Check, il sistema che consente di avvisare i propri amici che si sta bene quando capita un evento eccezionale e rischioso, come incendi, inondazioni e altri disastri. Google mette infatti a disposizione un nuovo servizio per i suoi utenti che si trovano in situazioni di pericolo o di emergenza pubblica. Battezzata Sos Alerts, la novità è rappresentata da un pacchetto di funzioni disponibile su Maps per mobile e sul motore di ricerca. Il servizio, ha annunciato il colosso di Mountain View, consente di accedere velocemente e con estrema facilità alle informazioni utili nel caso ci si dovesse trovare in un contesto di pericolo, aiutando a capire quale sia effettivamente la situazione in atto, quali le criticità e soprattutto i comportamenti corretti da tenere.

Quando la tecnologia tiene a bada i pericoli

In una situazione pericolosa, come ad esempio è successo negli ultimi mesi con la serie di incendi o i più recenti atti terroristici, il nostro smartphone potrebbe salvarci la vita. O almeno indicarci le azioni da mettere in atto per proteggerci. Semplicemente cercando informazioni sull’evento o sul luogo dove sta accadendo qualcosa, il primo risultato dovrebbe essere un Sos Alert. Sullo schermo compariranno mappe, top stories e, dove disponibili, anche gli aggiornamenti delle autorità locali, numeri telefonici per le emergenze e traduzioni delle frasi più utili.

Una notifica ci salverà?

Come segnala il blogspot dell’azienda, in base alla gravità della situazione di pericolo e della posizione, è anche possibile che venga ricevuta una notifica sullo smartphone che rimanderà direttamente al Sos Alert sul motore di ricerca, per sapere quello che sta succedendo nella zona.

Google Maps, arriva l’icona dedicata

Per quanto riguarda i dispositivi mobili,  Google Maps mostrerà gli Sos Alerts, attraverso un’icona dedicata e una card sulla quale cliccare e che conterrà tutte le informazioni sull’evento che sta accadendo. In questa mappa saranno inoltre contenuti tutti gli aggiornamenti in tempo reale: ad esempio verranno segnalati la possibile chiusura di alcune strade, oppure lo stato del traffico o ancora i percorsi da scegliere per allontanarsi. “Oltre a Sos Alerts e altri servizi per affrontare le situazioni di pericolo – come Google Person Finder, Google Crisis Map e Google Public Alerts – la nostra divisione che si occupa di iniziative filantropiche, Google.org, mette a disposizione delle comunità colpite da una catastrofe aiuti, volontari e donazioni” ha fatto sapere la società statunitense.

Pasta e riso, adesso serve l’etichetta di origine

Sapremo da dove arrivano la pasta e il riso che compriamo nei negozi o che serviamo sulle nostre tavole. E’ stata infatti firmata dai ministri delle Politiche agricole e dello Sviluppo economico la norma che prevede l’introduzione dell’etichetta che riporta il luogo di coltivazione, di lavorazione e di confezionamento per il riso e il luogo di coltivazione del grano e di provenienza della semola per la pasta. L’obiettivo dell’iniziativa è tutelare meglio sia i consumatori sia i prodotti. La strada, però, non è in discesa: per due anni il nostro Paese sperimenterà il nuovo sistema di etichettatura, così come accade anche per la normativa relativa a latte e formaggi, in attesa del responso della Ue. A breve la Commissione Europea dovrà esprimersi in merito a questa nuova normativa introdotta dal Governo italiano e, in caso di parere negativo, potrebbe addirittura venire aperta una procedura d’infrazione.

Più competitività per il sistema Italia

Soddisfatto e fiducioso il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, che ha detto: “L”aumento dell’8% delle esportazioni nei primi di cinque mesi del 2017 dimostra quanto l’Italia guadagna dall’internazionalizzazione. Per portare più pmi a internazionalizzarsi dobbiamo concludere accordi commerciali come quello con il Canada  che rimuovono gli ostacoli e le barriere tariffarie. Ma allo stesso tempo dobbiamo tutelare i consumatori e i lavoratori con regole chiare e trasparenza sui prodotti commercializzati. I decreti che abbiamo firmato oggi rispondono proprio a quest’ultima esigenza: garantiscono una scelta consapevole ai consumatori tramite l’obbligo di trasparenza nelle etichette. Puntiamo sulla forza del Made in Italy e sulla qualità delle filiere per poter competere con ancora maggior forza sui mercati globali”.

Come sarà l’etichetta per grano e pasta

Il decreto grano/pasta in particolare prevede che le confezioni di pasta secca prodotte in Italia dovranno avere obbligatoriamente indicate in etichetta le seguenti diciture:

  1. a) Paese di coltivazione del grano: nome del paese nel quale il grano viene coltivato;
  2. b) Paese di molitura: nome del paese in cui il grano è stato macinato.

Se queste fasi avvengono nel territorio di più Paesi possono essere utilizzate, a seconda della provenienza, le seguenti diciture: Paesi UE, Paesi NON UE, Paesi UE E NON UE.

Se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo paese, come ad esempio l’Italia, si potrà usare la dicitura: “Italia e altri Paesi UE e/o non UE”.

Come sarà l’etichetta per il riso

Il provvedimento prevede che sull’etichetta del riso devono essere indicati:

  1. a) “Paese di coltivazione del riso”;
  2. b) “Paese di lavorazione”;
  3. c) “Paese di confezionamento”.

Anche per il riso, se queste fasi avvengono nel territorio di più Paesi possono essere utilizzate, a seconda della provenienza, le diciture miste.

Dove in etichetta

Come riporta una note dei due misteri, le indicazioni sull’origine dovranno essere apposte in etichetta in un punto evidente e nello stesso campo visivo in modo da essere facilmente riconoscibili, chiaramente leggibili ed indelebili. I provvedimenti prevedono una fase di 180 giorni per l’adeguamento delle aziende a nuovo sistema e lo smaltimento delle etichette e confezioni già prodotte.