Calzature Bruno Bordese: comfort, estetica e appeal

Le calzature Bruno Bordese sono ideali per te che ami vestire con cura e desideri affidare i tuoi piedi ad una scarpa che possa garantirgli tutto il comfort necessario ed il benessere che desideri, anche quando le indossi per un periodo prolungato di tempo. Questo brand intraprendente si prende cura di te sia quando desideri una scarpa per le occasioni più importanti che per gli appuntamenti quotidiani quali il lavoro o il tempo libero, apportando tutto il suo contributo in termini di ricercatezza e stile. La grande attenzione per i dettagli e la cura per i materiali impiegati è il marchio di fabbrica che contraddistingue ogni prodotto Bruno Bordese, il che traspare in maniera evidente semplicemente osservando un qualsiasi tra le tante calzature proposte, e la scelta è davvero ampia se si pensa alle tantissime calzature (per lui e per lei) pensate appositamente per ogni momento della giornata.

Chi sceglie questo importante brand infatti, ama la moda ma al tempo stesso “fare” moda: grazie alla genialità che è propria di ogni creazione Bruno Bordese infatti, queste ottime calzature sono in grado di creare nuove tendenze e completare il proprio outfit apportando, in base ai gusti e alle abitudini di ciascuno, quel tocco in più in termini di perfezione e design di cui ognuno di noi è alla ricerca. Bruno Bordese è dunque un brand che non lascia nulla al caso, e che conosce bene le esigenze ed i desideri di chi ama essere sempre in linea con le mode del momento, mostrando agli altri tutta l’attenzione che si adopera nello scegliere cosa indossare. Se cerchi dunque una calzatura che possa completare il tuo abbigliamento in maniera originale ed in linea con le ultime tendenze, Bruno Bordese è ciò di cui hai bisogno per coniugare comfort, estetica e appeal.

Cryptojacking, nuova minaccia per il mercato criptovalute

Alla fine dello scorso anno il Bitcoin ha raggiunto valori stratosferici, fino a 18mila dollari. Una corsa all’oro in cui tanti si sono buttati, cercando di trarre profitto dalla situazione. Come effetto collaterale si è sviluppato il cryptojacking, un nuovo tipo di minaccia virtuale con cui un pc, un dispositivo mobile o un server, vengono utilizzati per “minare” criptovalute per conto di qualcun altro.

Cryptojacking nasce dall’unione di due parole, cryptocurrency e Hijacking. Questo tipo di malware non trattiene i dati in ostaggio come accade col ransomware, ma il suo scopo è rubare potenza di calcolo. Ciò avviene perché minare criptovalute richiede calcoli estremamente complessi per generare gli hash necessari per guadagnare il premio virtuale.

Il costo dell’operazione ricade sulla vittima

Il mining delle criptovalute, spiegano gli esperti di Paessler, azienda IT specializzata nel monitoraggio di rete, deve bilanciare profittabilità e costi. Quando un cyber criminale usa un malware per il cryptojacking tutto il costo per alimentare la Cpu viene spostato sul dispositivo della vittima, riferisce Cyber Affairs.

Il malware di cryptojacking può interessare qualsiasi dispositivo capace di eseguire i calcoli matematici necessari per minare le criptovalute. Poiché un singolo dispositivo difficilmente è in grado di minare grandi quantità di criptovalute, i criminali cercano di “schiavizzare” quanti più dispositivi possibile per massimizzare i profitti. Per questo motivo, è opportuno sapere come vengono usate le risorse di calcolo.

Come difendersi dal cryptojacking

Per difendersi al meglio, Paessler consiglia un attento monitoraggio di siti e infrastrutture di reti aziendali, attraverso specifici software combinati a una serie di sensori Cpu per fornitori e applicazioni. In questo modo si ottengono dati preziosi che mettono in allarme prima che la bolletta elettrica si gonfi a dismisura, o che le risorse cloud siano esaurite.

Oltre a monitorare l’infrastruttura, è poi consigliabile impedire il cryptojacking a livello della rete bloccando indirizzi IP e domini notoriamente collegati ad attività illecite di cryptomining: una lista frequentemente aggiornata di questi domini è disponibile tramite CoinBlockerLists.

L’estensione minerBlock sul browser garantisce la massima protezione

La protezione degli endpoint è un altro elemento chiave per impedire che il cryptojacking abbia luogo tramite un browser web. Per quanto molti degli antivirus aziendali oggi siano in grado di bloccare la maggior parte del malware di cryptojacking, è importante usare l’estensione minerBlock sul browser per garantire la massima protezione. Il cryptojacking, conclude l’analisi, è un fenomeno destinato a non sparire in breve tempo. Ma con una protezione e un monitoraggio adeguati il rischio sarà sicuramente ridotto

L’e-commerce entra nelle Poste: 30mila portalettere per consegne anche nel weekend

L’-commerce arriva in posta, e per Poste Italiane cambia tutto: pacchi consegnati tutti i giorni, compresi i weekend, e fino a sera, con ritiro anche nei supermercati, i centri commerciali, o al negozio sotto casa. E per vincere questa sfida Poste Italiane sta schierando un esercito dei 30mila portalettere.

Il progetto di Poste è partito in sordina da meno di un mese, e ora emergono i dettagli di questo piano rivoluzionario, messo a punto per rispondere alle diverse esigenze sul territorio e delle città.

Una rivoluzione che cambia completamente il lavoro dei portalettere

Poste ha avviato il nuovo progetto dal 16 aprile, e lo sta diffondendo sul territorio gradualmente. Il progetto andrà avanti per tutto quest’anno e nel corso del 2019.

Si tratta di un cambiamento storico che cambia completamente il lavoro della rete capillare di portalettere, legata al declino della corrispondenza tradizionale. Inoltre entro l’anno saranno 350 i nuovi “locker”, gli armadietti fai da te dove prelevare il pacco, e aumenterà la rete di punti fisici di ritiro, come negozi di quartiere, supermercati e ipermercati che faranno da punto di appoggio.

Razionalizzare le aree territoriali e differenziare il servizio sul territorio

Il progetto affida ai portalettere il recapito di pacchi fino a 5 chili, con ultima consegna prevista alle 19:45. Poste sottolinea di puntare su “efficienza, flessibilità, più qualità del servizio” con una “riduzione dei costi”. Come? attraverso una razionalizzazione delle aree territoriali, ridotte da 9 a 6, e differenziando il servizio sul territorio in base alla diversa “densità di oggetti da recapitare”: sette giorni su sette nelle grandi aree metropolitane, e per la sola rete business (prevalentemente i pacchi dell’e-commerce) anche nelle aree urbane. Nelle aree rurali le consegne restano a giorni alterni

Obiettivo, 50 milioni di pacchi consegnati nel 2018

Il progetto è parte del piano a 5 anni Deliver 2022 varato a fine febbraio, e l’obiettivo è quello di puntare a 50 milioni di pacchi consegnati nel 2018, per crescere a quota 100 milioni nel 2022, riferisce Ansa.

La rivoluzione dei pacchi è già operativa in 71 dei 900 centri di recapito di Poste, e a oggi tocca 500 comuni e 10 regioni. Genova è avanti, con 3 centri su 4 già al lavoro con il nuovo modello, mentre uno è già attivo a Milano, Roma e Torino.

E per affiancare alle lettere anche la consegna dei pacchi quest’estate debutteranno nuovi tricicli, con più spazio di carico e più sicurezza rispetto agli scooter.

Minacce informatiche: raddoppiano gli attacchi ransomware

Tra le minacce informatiche sono i ransomware i più temuti dalle organizzazioni di tutto il mondo. Crittografando server o database, i ransomware vengono sferrati contro gli asset più critici delle aziende, causando quindi danni maggiori e condannando le vittime a riscatti più elevati. E, secondo il Data Breach Investigations Report 2018 di Verizon, nel 2017 questo tipo di attacchi è raddoppiato rispetto all’anno precedente, ed è responsabile del 39% delle violazioni telematiche.

“I cybercriminali hanno il potenziale per attaccare qualsiasi tipo di azienda o istituzione”

Il report ha analizzato più di 53mila attacchi e 2.216 violazioni in 65 Paesi. “I cybercriminali hanno il potenziale per attaccare qualsiasi tipo di azienda o istituzione, multinazionali o Pmi che siano, di qualunque settore”, commenta all’Adnkronos Laurance Dine, Managing Principal Investigative Response Verizon Risk Team. E se la criminalità organizzata è ancora responsabile del 50% degli attacchi analizzati, e nel 72% dei casi gli hacker sono esterni alle organizzazioni, nel 27% dei casi si tratta di soggetti interni all’azienda.

Nel 96% dei casi l’anello debole sono le email

Se il pretexting e il phishing per l’estorsione di denaro rappresentano il 98% degli attacchi e il 93% delle violazioni, l’anello debole continuano a essere le email (96% dei casi).

Nel report viene inoltre evidenziato come l’obiettivo del pretexting a scopo pecuniario siano le risorse umane. Il fenomeno è quintuplicato rispetto a quanto rilevato dal Dbir 2017: quest’anno sono stati infatti analizzati 170 attacchi (rispetto ai 61 dell’edizione 2017), e di questi 88 hanno mirato specificamente a dipendenti del settore HR, al fine di sottrarre dati personali con i quali completare moduli per false richieste di rimborso tasse.

Nel report si fa poi riferimento a un altro tipo di attacco oramai divenuto consueto, quello DDoS. Oltre a essere in aumento, spesso si tratta di un trucco messo in atto, sospeso e poi rimesso in funzione, per mascherare altre violazioni che agiscono sullo sfondo.

Nella sanità le minacce interne sono maggiori di quelle esterne

Verizon ha anche analizzato la tipologia di attacco per settore. In quello dell’istruzione  a farla da padrone sono gli attacchi basati sul social engineering, violazioni molto frequenti che mirano all’estorsione di dati personali per furti d’identità, mentre nel settore finanziario e assicurativo sono i sistemi per la clonazione di carte di credito a rappresentare ancora un ottimo affare.

Il settore della sanità, rileva poi Verizon, è l’unico in cui le minacce interne sono maggiori di quelle esterne. E nel settore pubblico è lo cyberspionaggio a rappresentare la preoccupazione più grave, dato che il 43% delle violazioni ha questa finalità.

Filtrare efficacemente gli accessi negli uffici pubblici

Quello della sicurezza all’interno degli edifici pubblici, con particolare riferimento ai tribunali considerando i recenti episodi di cronaca, è un problema che sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti e che necessita di soluzioni urgenti per tutelare l’incolumità di tutti coloro i quali vi prestano servizio a vario titolo. Non è possibile infatti, pensare che qualcuno possa decidere di entrare indisturbato all’interno dei tribunali e girare per le stanze alla ricerca di documenti vari, oppure di introdurre delle armi allo scopo di vendicarsi con qualcuno. Troppo spesso purtroppo, capita di apprendere dai media che episodi di questo tipo si continuano a verificarsi nonostante l’innalzamento del livello di guardia e l’ingente spiegamento di risorse allo scopo di prevenire tale eventualità.

Al momento, la soluzione più efficace per riuscire a mettere in pratica un controllo accessi capillare è quello di installare uno dei sistemi di ultima generazione proposti da Cotini srl, azienda della provincia di Milano da sempre impegnata in questo ambito.

I sistemi progettati e commercializzati da Cotini srl per il controllo degli accessi rappresentano l’avanguardia tecnologica del settore e la risposta concreta alle esigenze della pubblica amministrazione nel mettere in sicurezza edifici pubblici ritenuti “sensibili” e nei quali è necessario andare a filtrare gli accessi in maniera efficace. I lettori apriporta proposti da Cotini srl possono dunque riconoscere gli utenti sia in base al pin che vanno a digitare, così come mediante l’utilizzo di un apposito badge o l’impronta digitale.

Proibire l’accesso ai non aventi diritto diventa così una operazione decisamente più semplice e gestibile grazie ai sistemi Cotini srl, anche in considerazione del grande flusso di lavoratori, funzionari ed utenti che ogni giorno hanno necessità di raggiungere il tribunale e ai quali deve essere garantito un accesso rapido, evitando che il sistema di filtro degli accessi sia causa di code agli ingressi e quindi disagio per tutti.

I lavoratori autonomi pagano l’Irpef più di dipendenti e pensionati

Non è proprio una novità assoluta: sono i lavoratori autonomi a versare all’erario una quota più alta di Irpef rispetto a lavoratori dipendenti e pensionati. La conferma arriva da una elaborazione dell’Ufficio Studi della Cgia di Mestre, focalizzata sull’imposta versata dai contribuenti italiani allo Stato. Come risulta dalle dichiarazioni dei redditi del 2016, l’Irpef ammonta a oltre 155 miliardi all’anno, per un’incidenza sul totale delle entrate tributarie pari al 33%.

I liberi professionisti mediamente versano più di 4.700 euro

Sebbene le partite Iva costituiscono solo l’11,4% del totale delle persone fisiche presenti in Italia (pari a poco più di 4.660.000 unità), ciascuno di essi (artigiani, commercianti, piccoli imprenditori, liberi professionisti, etc.), versa mediamente poco più di 4.700 euro di Irpef all’anno, rispetto ai 4.000 euro che mediamente vengono prelevati dalla busta paga di un lavoratore dipendente, e a poco più di 2.900 euro incassati dal fisco da ogni pensionato.

“Abbiamo ritenuto necessario puntualizzare questa questione – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – per sconfessare una tesi sempre più diffusa secondo la quale le tasse in questo Paese vengono pagate principalmente da coloro che subiscono il prelievo alla fonte”.

I lavoratori autonomi costituiscono l’11,4% % del totale dei contribuenti Irpef

Ritornando ai numeri, riporta Adnkronos, in Italia i lavoratori dipendenti e i pensionati ammontano a oltre 35.650.000, l’87,5% del totale dei contribuenti Irpef e subiscono un prelievo complessivo di 127 miliardi di euro all’anno (pari all’81,9%o del gettito totale Irpef). Gli autonomi, invece, sono poco più di 4.660.000 lavoratori, pari all’11,4% del totale dei contribuenti Irpef. E al fisco versano quasi 22,5 miliardi di euro (pari al 14,5% del totale).

Lombardia, Lazio ed Emilia Romagna le regioni che versano di più

Sul fronte del gettito Irpef per regioni il territorio che ne versa di più è la Lombardia, con 35,1 miliardi di euro (pari a una Irpef media di 6.085 euro). Seguono il Lazio con 17,7 miliardi (Irpef media di 6.058 euro) e l’Emilia Romagna con 14,1 miliardi (Irpef media di 5.245 euro) . “Con un fisco così eccessivo – conclude il Segretario della Cgia Renato Mason – serve un’alleanza tra autonomi e lavoratori dipendenti. Questa situazione penalizza entrambi e di conseguenza l’economia del paese. Con meno tasse, infatti, potenzialmente le famiglie dei lavoratori dipendenti potrebbero avere più risorse per far decollare definitivamente i consumi interni e conseguentemente anche il fatturato di artigiani e piccoli commercianti che vivono quasi esclusivamente di domanda interna”.

Il Piano Nazionale Impresa 4.0 compie un anno e potenzia gli investimenti

A un anno dalla sua introduzione il Piano Nazionale Impresa 4.0 incrementa gli investimenti, e il Mise fa il punto su azioni e obiettivi da raggiungere nel 2018. Dopo i 20 miliardi dell’anno passato, per il 2018 il Governo ha stanziato 9,8 miliardi, per un totale di 30 miliardi in due anni. L’obiettivo però è anche incrementare da 80 a 90 miliardi tra il 2017-2018 gli investimenti innovativi privati, e portare l’aumento a 11,3 miliardi di spesa privata in Ricerca, Sviluppo e Innovazione. Entro il 2020, focus maggiore su tecnologie 4.0, e crescita fino a 2,6 miliardi del volume degli investimenti privati “early stage”.

Gli strumenti e le infrastrutture del Piano

Fra gli strumenti del Piano, il consolidamento degli investimenti in innovazione, con misure come iperammortamento e super ammortamento, nuova Sabatini, fondo di garanzia, Piano straordinario Made in Italy. Ma anche potenziamento degli investimenti in capitale umano con il credito di imposta formazione 4.0, fondo per il capitale immateriale, spesa corrente e in conto capitale per gli istituti tecnici superiori.

La banda ultralarga, ricorda il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, “è un servizio essenziale, come acqua elettricità, gas”, e il premier Paolo Gentiloni aggiunge che “non è solo un fatto tecnologico, ma avvicina il Paese”. Entro il 2020 il piano prevede inoltre il raggiungimento del 100% delle aziende italiane connesse a 30Mbps e il 50% a 100Mbps. Oltre 5 miliardi sono stati stanziati per le aree bianche (a fallimento di mercato) e le grigie, e 17 le gare assegnate in regioni che attiveranno gradualmente investimenti pubblici nei prossimi 12-36 mesi.

Sviluppare le competenze a tema impresa e aumentare gli studenti Its del 100%

Per quanto riguarda le competenze, l’obiettivo è portare a circa 200.000 gli studenti universitari, a 3.000 i manager specializzati su temi Impresa 4.0, aumentare del 100% gli studenti iscritti ad Istituti Tecnici Superiori su temi 4.0 (dagli attuali circa 9.000 a circa 20.000), e oltre a 1.400 i dottorati di ricerca con focus sul tema. L’obiettivo sarà realizzato grazie a un investimento di 95 milioni nel triennio 2018-2020.

La sfida principale del Piano è l’occupazione

Una delle sfide maggiori è quella occupazionale, considerando che le dieci professioni oggi più richieste dal mercato non esistevano fino a 10 anni fa. Il Piano tiene in considerazione il fatto che oltre alla formazione bisogna gestire il rischio di disoccupazione tecnologica colmando il gap di competenze. Oggi solo il 29% della forza lavoro italiana presenta elevate competenze digitali, contro il 39% di quella tedesca e il 50% di quella britannica. Tra gli ambiti della formazione previsti: robot collaborativi, manifattura additiva, realtà aumentata, simulazione, integrazioni digitali, industrial internet, cloud, cybersecurity, big data analystic.

Resto al Sud, come funziona l’incentivo per i giovani imprenditori del Mezzogiorno

Ha ufficialmente preso il via ‘Resto al Sud’, l’incentivo che sostiene la nascita di nuove attività imprenditoriali da parte dei giovani under 36 residenti nelle otto regioni del Mezzogiorno. Chi desidera far decollare il proprio progetto imprenditoriale nelle zone coinvolte, e chiedere le relative agevolazioni, può presentare domanda sul sito di Invitalia. ‘Resto al Sud’ è promosso dal ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno, Claudio De Vincenti, è gestito da Invitalia e ha una dotazione finanziaria di 1.250 milioni di euro.

“Il Mezzogiorno ha ripreso a crescere, ma c’è bisogno ora di consolidare i risultati raggiunti negli ultimi tre anni. Con ‘Resto al Sud’ puntiamo a ribaltare la percezione del fare impresa nel Meridione, da chimera o prospettiva impossibile a volano per la crescita. Per la prima volta, il governo ha messo in campo un incentivo che può coprire fino al 100% dell’investimento proposto dai neoimprenditori”, ha detto all’agenzia AdnKronos Domenico Arcuri, amministratore delegato di Invitalia.

Nessuna scadenza ne click day

La domanda si presenta esclusivamente on line sul sito di Invitalia. Chi vuole chiedere gli incentivi deve, quindi, registrarsi ai servizi online di Invitalia e poi entrare nell’area riservata. ‘Resto al Sud’ non è un bando: quindi non ci sono scadenze, né graduatorie. Le domande vengono valutate in base all’ordine cronologico di arrivo, a partire dal 15 gennaio, fino ad esaurimento fondi. Vengono finanziate solo quei piani in regola con i requisiti previsti dalla legge e che contengano un progetto di impresa valido e sostenibile.L’esito della valutazione viene comunicato normalmente entro 60 giorni dalla presentazione della domanda.

A chi si rivolge

‘Resto al Sud’ si rivolge ai giovani tra i 18 e i 35 anni residenti in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, che non abbiano un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, che non siano titolari di altre imprese attive, che non abbiano beneficiato di altre agevolazioni negli ultimi tre anni. Possono presentare la domanda singoli giovani o gruppi di giovani che, successivamente alla data del 21 giugno 2017, si sono costituiti o si costituiranno rispettivamente in ditte individuali o società, anche cooperative.

La copertura coinvolge tutti i settori, tranne le libere professioni e il commercio. Il finanziamento massimo è di 50.000 euro per ogni richiedente, che può arrivare a un massimo di 200.000 euro nel caso di più richiedenti (già costituiti in società o prossimi alla costituzione).

Gli ambiti del finanziamento

Il finanziamento ottenuto può essere utilizzato per interventi su beni immobili, per l’acquisto di macchinari e attrezzature oppure di programmi e servizi informatici, per coprire le spese di avvio delle attività (escluse progettazione, consulenze o costo del personale). Consulenza e assistenza saranno offerte da enti accreditati presso Invitalia. “Le agevolazioni sono erogate in regime di ‘de minimis’ e coprono il 100% delle spese. Consistono in un contributo a fondo perduto pari al 35% del programma di spesa e in un finanziamento bancario per il restante 65% concesso da un istituto di credito che aderisce alla convenzione tra Invitalia e Abi. Il finanziamento bancario è garantito dal Fondo di Garanzia per le Pmi e dovrà essere restituito in 8 anni di cui due di preammortamento. E’ previsto inoltre un contributo che coprirà gli interessi” si legge ancora nella specifica.

Export lombardo: business da 89 miliardi nei primi nove mesi del 2017

L’export lombardo mette a segno numeri da primato. 89 miliardi di euro: a tanto ammonta il valore delle esportazioni della Regione nei primi nove mesi del 2017, +7,3% rispetto allo stesso periodo del 2017. Circa un quarto di tutte le esportazioni italiane nella prima metà dell’anno sono partite dalla Lombardia. In base ai dati elaborati dalla Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi su dati Istat relativi al terzo trimestre 2017 e 2016, Milano con oltre 30 miliardi, Brescia e Bergamo con oltre 11, Monza e Brianza e Varese con oltre 7 miliardi sono i territori che esportano di più. Un anno positivo che vede una crescita dell’export a due cifre per Monza e Brianza (+15%), Cremona (+16%), Lodi (+14%). Bene anche le importazioni che crescono del 7,2% superando i 92 miliardi di euro, circa un terzo del totale italiano.

10mila incontri d’affari nel 2017

Bilancio positivo per il 2017 anche per Promos, l’azienda speciale della Camera di commercio di Milano, MonzaBrianza e Lodi per le attività internazionali. Oltre 10 mila gli incontri d’affari B2B e di networking organizzati coi partner esteri in Lombardia e presso i mercati globali più strategici per il sistema produttivo imprenditoriale lombardo ed italiano, soprattutto buyer interessati al prodotto made in Italy. Un’azione congiunta con Unioncamere e Regione Lombardia, con Assocamerestero, ICE, AICE – Confcommercio, Assolombarda e Banca Popolare di Sondrio, tra i diversi partner locali, e poi la collaborazione con la Commissione europea e soprattutto l’Agenzia europea per lo sviluppo delle PMI – EASME, nel quadro dei principali programmi di sviluppo economico ed internazionalizzazione delle Pmi comunitarie presso le macro-aree globali, soprattutto Nord America, Mediterraneo e Medio Oriente, America Latina e Sud Est Asiatico. “Il 2017 è stato un anno particolarmente favorevole per gli incontri organizzati a vantaggio delle imprese lombarde e italiane e per l’attività di assistenza condotta nei follow-up, affinché questi incontri si possano sempre più tradurre in opportunità concrete. Stiamo beneficiando di una maggiore attenzione per il made in Italy che va di moda nel mondo. Il prodotto italiano piace per gusto e qualità, a partire da importanti settori come fashion, design, oltre all’alimentare, anche sull’onda di Expo Milano 2015. Un modo per sviluppare e far crescere la nostra presenza economica a livello internazionale. Si tratta anche di un contributo concreto del business locale attraverso il rilancio della domanda estera” ha dichiarato Carlo Edoardo Valli, presidente di Promos.

Mercati, l’Europa resta il primo

L’Europa si conferma il principale mercato per la Lombardia con il 70% circa dell’interscambio e una crescita del business coi paesi dell’Unione Europea (+ 7,3% l’export a quota 50 miliardi e + 8,2% l’import di 61 miliardi) e dei Paesi europei non UE (+3,6% l’import, +8,6% l’export). Bene gli scambi con Stati Uniti e America del nord (+14% l’export a 7,4 miliardi, +10% l’import a 2,7 miliardi). Anche col Sud America sale l’export del + 8%. Cresce il business con l’Africa centro-meridionale (+10,5% l’import, +5% l’export). Si rafforzano gli scambi con Cina, Giappone e Asia Orientale (export di 9 miliardi, +9%).

Italia, piccole e medie imprese: 5 mila nuove attività nel 2016

I segnali di ripresa dell’economia italiana si riflettono anche nei numeri relativi all’imprenditoria nazionale. In particolare, sembrano godere di nuovo slancio e di un’ottima dose di ottimismo le piccole e medie imprese distribuite su tutto il territorio nazionale. Ecco, in estrema sintesi, la fotografia dello stato di salute delle Pmi: il dato emerge dal Rapporto Cerved Pmi 2017, presentato di recente a Milano

Piccole, ma solide e più numerose

In Italia cresce in modo significativo il numero delle piccole e medie imprese: sono circa 5 mila le nuove attività nate nel corso del 2016. Non solo: le Pmi risultano anche più solide, con un aumento considerevole degli investimenti. Il Rapporto Cerved mostra che si è rafforzato e ha preso slancio l’aumento del numero delle Pmi grazie soprattutto alla crescita registrata dalle microimprese. Se nel 2015 si era verificata una prima inversione di tendenza, come riporta l’Ansa, nel 2016 si è osservato un ulteriore incremento: sono oltre 5 mila le nuove imprese. Un aumento robusto che porta il totale delle Pmi a quota 145 mila unità.

Le Pmi segnano performance migliori delle grandi

Le buone notizie non si fermano esclusivamente al numero crescente di piccole aziende, ma coinvolgono anche gli aspetti legati al giro d’affari. Dall’analisi degli indicatori economico-finanziari, le piccole e medie imprese hanno consolidato positivamente le dinamiche in atto, facendo registrare risultati migliori anche rispetto alle grandi. Le Pmi confermano la crescita di fatturato (+2,3%), valore aggiunto (+4,1) e margini lordi (+4,1%).

Investimenti in forte crescita

Ottime indicazioni anche per ciò che concerne gli investimenti, con dati in deciso aumento. La crescita in questo ambito tocca il 7,8% rispetto alle immobilizzazioni materiali, con andamenti positivi in tutti i settori. Crescono anche sia i debiti finanziari (+1,1%), sia i debiti commerciali (+1,2%). D’altro canto, si rafforza il capitale proprio con un aumento del patrimonio netto di circa il 5%. Per quanto riguarda i tassi di ingresso in sofferenza delle Pmi, si prevede un’ulteriore e forte diminuzione. Secondo le stime, nel triennio 2017-19 il tasso è atteso all’1,7% in termini di numeri e al 2,2% in termini di valore. Si tratta di valori ancora leggermente superiori a quelli del 2008, ma che riducono sensibilmente il divario con i livelli pre-crisi.

“Il numero di Pmi è tornato a crescere e la redditività si avvicina ai livelli pre-crisi con una ripresa che ha basi finanziarie e reddituali molto solide. Tuttavia è necessario aumentare la produttività delle nostre imprese e accelerare il ritmo di crescita, troppo indietro rispetto a quello degli altri principali paesi europei” precisa l’amministratore delegato di Cerved, Marco Nespolo.